Siviglia Salva la fiesta

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Siviglia Salva la fiesta

Raccolta firme davanti Plaza de Toros a Siviglia, prima che inizi la corrida. I sivigliani non vogliono che anche in Andalusia sia vietata.

Solo pochi giorni fa si è tenuta a Barcellona l’ultima corrida, che dal 2012 sarà legalmente vietata. Un addio celebrato in grande stile, con il tutto esaurito all’Arena Monumental e oltre ventimila presenze fra paganti e giornalisti. Fuori l’arena orde di animalisti a stappare cervezas per brindare alla sconfitta della crudeltà sulle povere bestie.

Ma questa è la Catalunia. In Andalusia la situazione è ben diversa. Sabato 24 e domenica 25 settembre, per due giorni di seguito, hanno avuto luogo a Siviglia due esibizioni, affollatissime, e naturalmente non c’erano solo sivigliani fra il pubblico.

Turisti e stranieri che vivono in città non hanno voluto perdere la rara occasione di assitere al controverso spettacolo (rara perchè gli spettacoli sono molto piú frequenti ad aprile, nel mese della settimana santa).

All’entrata alcune persone chiedevano di firmare una petizione, ‘Salva la fiesta!’, in evidente polemica con la recente decisione di vietare la corrida a Barcellona. Una scena curiosa, visto che la maggior parte delle volte fuori dalle arene si barricano gli animilisti, in lotta per ragioni opposte.

Molti gli italiani presenti, chi per curiosità, chi per passione, chi, ancora, per poter dire di averne vista una nella vita. E tutti, alla fine, non possono fare a meno di dire che ne è valsa la pena. Cosa ci sará mai di così affascinante nell’assistere al massacro di un toro? Anzi, di sei, nel caso di cui trattiamo.

La risposta esiste, a onor del vero: l’atmosfera che si respira, l’empatia fra le persone, sentirsi parte di un rito tradizionale che ti lega indissolubilmente alla città che ti ospita. La corrida è una festa, dicono. Gli stranieri li riconosci subito, perchè sono gli unici vestiti normalmente.

Per gli altri, i locali, è un’occasione per agghindarsi: le donne sono tutte lustrini e fiori fra i capelli, tacchi a spillo e abiti di raso; gli uomini in giacca e cravatta. E tutti, poi, dalla parte del torero, naturalmente. Se questo, infatti, non riesce a colpire il toro ecco partire fischi e imprechi; al contrario, quando mette a segno il colpo, tutti in piedi fra urla e applausi.

Nella folla si notava un grupo di giovani italiani, un po’ spauriti, ma comunque attentissimi a quello che accadeva nell’arena. Una di loro, Noemi, dice all’uscita: “Credo sia un po’ lo stesso principio dei film horror: sai che assisterai a scene macabre e che forse non ci dormirai la notte, ma vuoi vedere lo stesso come va a finire.

Noi comunque tifavamo per il toro e quando il torero lo mancava eravamo felici. Se lo colpiva, invece, speravamo morisse subito. Il sesto toro, infatti, è stato colpito male e ha sofferto molto prima di morire. Ecco, lì non siamo riusciti a guardare”.

E alla domanda “Ci riandresti?”, risponde un secco “No! Con quello che ti fanno pagare poi! Ventisei euro per vedere ammazzare sei tori dalla penultima fila. Mi sembra più un business che una tradizione ormai”.

Nelle parole della giovane italiana, a Siviglia per un progetto europeo, si racchiude l’eterna polemica che accompagna la corrida: business o tradizione? Agli spagnoli l’ardua sentenza.

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