IL FLAMENCO CHE UNISCE I POPOLI

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IL FLAMENCO CHE UNISCE I POPOLI

È opinione comune che il Paese multietnico per eccellenza, capace di integrare serenamente culture diverse, oppressi e oppressori, progressisti e conservatori, poveri e ricchi, sia l’America.

I grandi numeri, certo, danno ragione all’opinione comune, eppure esiste una terra molto più antica che ha saputo accogliere migliaia di anni fa non solo culture diverse, ma religioni rivali, facendole vivere tutte sotto lo stesso cielo e dentro le stesse mura. Questa terra oggi si chiama Andalusia e qui cristiani, ebrei e musulmani hanno moltiplicato le proprie generazioni nei secoli. Ma un quarto popolo si insediò durante il XVI secolo nel sud della Spagna, in particolar modo a Siviglia: i gitani.

 

Quelli che oggi in Italia vengono associati alla parte più emarginata della società, alla delinquenza, alla povertà e di sicuro alla estraneità culturale, in Spagna hanno contribuito a creare alcuni dei tratti distintivi della tradizione iberica, riconosciuti oggi in tutto il mondo.

La loro integrazione è stata un processo lungo, durato molti secoli, e puntellato da piccole ribellioni contro chi voleva relegarli ai margini della società. Gli aristocratici, infatti, li invitavano a corte come giullari, interessati ai loro cantori di flamenco che lì si esibivano per poco o nulla.

E si narra che proprio in quelle occasioni denunciassero le oppressioni, cantando nei loro testi in lingua Caló ai loro stessi oppressori, ignari di tutto. Furono quei cantori-giullari a caratterizzare di malinconia e fierezza il flamenco che oggi tutti conosciamo. Accade però che quello che tocca vedere ai turisti in giro per le città andaluse, non sia propriamente il flamenco ballato dai gitani.

Nel corso degli anni si sono moltiplicate le scuole dedicate esclusivamente a questa antica danza, contribuendo a infoltire la già vasta schiera di ballerini professionisti avvicinatisi alla tipica arte gitana negli anni Cinquanta: perfetti, senza un capello fuoriposto o una nota stonata, ma così poco gitani. Assistere a un vero spettacolo di flamenco, fatto dagli ‘zingari’ del luogo, che ti fanno guardare senza pagare un euro e ti invitano soltanto a bere una “cervesa”, è tutta un’altra storia. A Siviglia, ad esempio, si può fare ogni giovedì e venerdì sera a Calle Castellar, vicino Plaza de San Marcos.

Ad accogliere lo spettatore c’è un minuscolo patio, al quale si accede da due grandi portoni sulla strada che illudono le aspettative di grandezza del luogo. Ma per questo tutto è più magico: fra il pubblico e la ballerina c’è meno di mezzo metro, quasi bisogna scansarsi quando alza la gonna sulle ginocchia e mostra il ticchettio forsennato dei piedi sul palco, fatto con pedane di legno improvvisate. E i musicisti sono così vicino che non c’è bisogno di amplificazione.

Prima che lo spettacolo inizi, un sedicente presentatore dà il benvenuto, invita a prendere posto (sulle poche panche intorno oppure per terra) e a fare silenzio per rispettare “Il Flamenco” (prima ancora degli artisti). Poi tutto ha inizio: la voce straziata della cantante, gli accordi dissonanti del chitarrista, il battito di mani e piedi dell’accompagnatore, e sull’intenso crescendo dei tre l’ingresso trionfale della ballerina.

Tutti si seguono l’un l’altro, la danzatrice “chiama” con il corpo stacchi e chiusure e la cantante detta i temi della danza (triste, allegra, fiera).

Può succedere, poi, che a fine spettacolo la danzatrice si metta da parte, in fondo al palchetto insieme ai musicisti, e coraggiosi avventori provenienti da ogni dove, salgano a dare dimostrazione delle loro doti ballerine. Il posto giusto, insomma, per sentirsi veramente cittadini di un armonioso mondo multietnico.

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